Amore e Psiche è una storia scritta dallo scrittore latino Apuleio nel II secolo d. C..

I protagonisti della storia sono Amore (chiamato anche Eros o Cupido) e Psiche. Eros è il dio possente dell’amore figlio della dea Venere, dea della bellezza. Eros è raffigurato come un giovane nudo di aspetto bellissimo, sempre con arco e frecce per trafiggere il cuore dei mortali e degli dei. Lui rappresenta la passione e il desiderio. Psiche è una fanciulla altrettanto bella, che fa suscitare l’invidia della madre di Eros. Il nome “Psiche” deriva dal greco e riconduce all’idea del soffio e del respiro vitale; letteralmente i greci lo traducevano come anima e mente. Dunque Psiche rappresenta l’Anima.

La favola inizia con un re ed una regina che avevano tre figlie, tutte bellissime. La brillantezza e la grazia della più piccola, Psiche, fa suscitare l’invidia di Venere, la quale ordina al figlio Eros di farla innamorare del più vile di tutti gli uomini colpendola con una freccia.

Eros accetta ma, una volta trovatosi davanti alla fanciulla, rimane così incantato dalla sua bellezza che non si accorge di essersi colpito con una delle sue frecce, quindi si innamora perdutamente della fanciulla.

Il Dio, di nascosto dalla madre, decide di portare la fanciulla nel suo palazzo senza rivelarle la sua identità. La sua amata però dovette rinunciare a vederlo in viso e ogni sera, dopo il tramonto, Eros va da Psiche e insieme vivono momenti intensi di passione; la giovane fanciulla aveva accettato la condizione ma, impaziente e troppo curiosa, mentre Eros dormiva, lei avvicina la lampada al volto di Eros, ammirando la bellezza del suo compagno. Mentre lei rimaneva incantata e folgorata una goccia di cera della lampada cade sul volto di Eros, e quando si sveglia, vola via scappando dalla ragazza.

“Allora Psiche, sfinita nel corpo e nella mente, per assurdo trae forza e coraggio proprio da quel suo destino crudele: tira fuori la lucerna e impugna il coltello con tanta audacia da sembrare un uomo, ma non appena, complice il lume, emersero dal buio I segreti del suo talamo, ecco che vede la belva più mansueta e dolce di tutte le fiere, Cupido in persona, proprio lui, lo splendido Dio che dormiva avvolto nel suo divino splendore. A quella vista persino la luce della lampada si rallegrò e più viva rifulse, Mentre la punta del coltello emanava bagliori sacrileghi e abbacinanti. Di fronte a quello spettacolo terribile e meraviglioso Psiche rimase paralizzata dalla paura e prese a tremare dalla testa ai piedi e cadde in ginocchio, fuori di sé e pallida come una morta: doveva nascondere il pugnale – sì, ma dove?-, piantarselo nel petto, ecco dove. E di certo l’avrebbe fatto, se il pugnale per timore di quel gesto inaudito, non ne fosse scivolato via da quella mano sconsiderata, andando a finire chissà dove. Esausta e ormai senza via di scampo, sì che si ferma a contemplare la bellezza di quel volto divino e più lo guarda più si rianima. Vede sulla testa d’oro del suo sposo le folte chiome ebbre d’ambrosia, e sul collo latteo e le guance purpuree i riccioli capricciosi sfuggiti alla fascia che cercava di imprigionare con Grazia quella massa di capelli e di fronte a quel fulgore accecante la fiamma stessa della Lucerna pareva illanguidire. Sulle spalle del dio alto risplendevano come petali iridescenti bagnati dalla rugiada del mattino le penne bianchissime e, anche se le ali erano a riposo, le piccole piume all’estremità, voluttuose e tenerelle, Vibrano tutte come increspate da un capriccioso fremito e da un tremolio senza fine. Il resto del corpo era tanto liscio e luminoso che Venere non avrebbe avuto certo di che volersi al pensiero di averlo partorito. Ai piedi del letto c’erano arco, faretra e frecce, i dardi benevoli di quel Dio potente.
(…) Ma mentre la sua anima ottenebrata fluttua nel mare inebriante di quella beatitudine, la lucerna, forse per bassa perfidia, forse per invidia funesta, o forse perché anche lei ardeva dal desiderio di toccare e quasi baciare un corpo tanto bello, fa volare dalla punta del suo lucignolo una goccia di olio bollente sulla spalla destra del dio. Oh lucerna  impudente e sconsiderata, umile serva d’amore, tu osi bruciare colui che è il Dio di ogni fuoco. (…).  Così il dio marchiato a fuoco da quella goccia rovente saltò giù dal letto e di fronte all’infamia della fede tradita, volò via dai baci e dalle carezze dell’infelicissima sposa senza dire una parola.”

Nel momento in cui Venere scopre l’accaduto, scatena la sua ira su Psiche, che viene sottoposta a dure prove. La fanciulla superò le prove e questo fece arrabbiare ancora di più la dea della bellezza che la sottopose ad un’ultima prova: Psiche doveva recarsi negli inferi e andare dalla dea Prosepina per chiedere un po’ della sua bellezza per Venere. Come ordinato dalla dea, Psiche si recò negli inferi ma questa volta non ci riuscì.

Prosepina le donò un’ampolla ma Psiche, troppo curiosa, una volta uscita dagli inferi, la aprì e da essa fuoriuscì una nube che la fece cadere in un sonno profondissimo.

Intanto Amore, preso dalla nostalgia, stava cercando la sua amata e quando la trovò la risvegliò. Per non perderla nuovamente Eros la portò sul monte olimpo dove il dio Giove le fece bere dell’ambrosia per farla divenire dea. La storia si conclude con il matrimonio dei due che porterà alla nascita di una bimba che chiamarono Voluttà.

Il mito inizialmente appare come una storia impossibile e irrealizzabile però alla fine i due amanti riescono ad amarsi, nonostante le numerose vicissitudini e ostacoli affrontati.

Amore è il dio del desiderio e Psiche rappresenta l’anima, e lei solo incontrando Amore riesce a diventare una dea e quindi a raggiungere l’immortalità.

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